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Da huffingtonpost.it riprendiamo e pubblichiamo l’articolo di Giuseppe Fioroni dal titolo “Moro e la cultura del bene comune che serve oggi all’Italia”

Nella sua Bari, ormai tornata libera dopo l’8 settembre, il giovane Moro scriveva (il 15 agosto del 1944) un articolo su “La Rassegna” in cui affrontava il problema della ricostruzione. L’Ialia era ancora divisa, l’occupazione nazista teneva in scacco il nord e solo da poco Roma aveva festeggiato l’ingresso trionfale degli Alleati: era un tempo segnato dalla incertezza sulle prospettive del Paese. Esordiva con parole lapidarie, del tutto comprensibili per vivezza e attualità: “Si parla molto di ricostruzione oggi, ma le idee del popolo italiano su questo punto non sono abbastanza chiare“.

Sarebbe interessante scavare, come ha fatto “Il Domani d’Italia”  in questa ricorrenza del 9 maggio, a 42 anni dal ritrovamento a via Caetani del corpo senza vita dello statista pugliese, i presupposti e le ragioni informative di questo vecchio ma stimolante articolo de “La Rassegna”. Qui conta però sottolineare l’aspetto più essenziale e significativo del testo, ovvero quel cercare l’appiglio giusto per andare oltre il pessimismo e la disperazione, pur giustificati alla luce delle enormi difficoltà del primissimo dopoguerra del meridione d’Italia.

L’invito di Moro in quel frangente difficile della vita nazionale è tutto centrato sulla necessità di operare, ciascuno per la propria parte, secondo un criterio molto semplice: adempiere al proprio dovere di cittadino. Questo è il modo vero, dice a chiusura della sua riflessione, di “amare la patria e l’umanità”. Ciò sta a significare non già la chiusura nella dimensione del privato, come se il senso del dovere potesse ridursi a una morale intima e riservata; ma, in termini esattamente rovesciati, l’espansione della coscienza individuale nell’universo della responsabilità, per affermare in modo compiuto la proiezione comunitaria e quindi politica della persona umana.

Questo richiamo alla disciplina interiore, messa però al servizio di una naturale vocazione politica, fa di Moro un nostro contemporaneo. Anche noi, dopo la quarantena, abbiamo bisogno di tradurre in sentire comune il rigore osservato nella condotta quotidiana, per adempiere al rispetto delle prescrizioni governative a tutela della salute individuale e collettiva. Passare da tanto scrupolo, esempio di encomiabile civismo, a forme meno attente e rigorose nella vita pubblica, non aiuterebbe il Paese nel suo moto di riscossa.

Non possiamo illuderci che il passaggio dei prossimi mesi escluda il rischio di lacerazioni più gravi rispetto a quelle che segnano attualmente la vicenda politica nazionale. Ecco perché s’impone la formazione di un vasto fronte della solidarietà, senza pretendere che esso si traduca, più o meno nell’immediato, nell’allargamento della maggioranza di governo. Altre soluzioni potrebbero risultare efficaci. Se Moro ci ricorda che “amare la Patria” è un dovere, e da ciò deriva lo sforzo a ricercare condizioni di possibile unità politica, verosimilmente oggi s’impone, dinanzi alla incipiente “chiamata alle armi” per la Ricostruzione dell’Italia, una cultura del bene comune da mettere al centro di nuovi equilibri e prospettive.

Una stagione, quella dell’antagonismo radicale tra destra e sinistra, si è chiusa. Viene un tempo che esige più senso della mediazione, perché diversamente la complessità dell’opera legata alla transizione verso una nuova economia, con le pesanti restrizioni indotte dalla crisi, potrebbe rivelarsi insostenibile. Per questo dobbiamo impegnarci a guardare oltre i confini della politica di questi ultimi decenni, così da cogliere all’orizzonte i segni di una più ampia condivisione di progetti da porre al servizio della ripresa morale e politica dell’Italia.

di Giuseppe Fioroni – Fonte: huffingtonpost.it

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