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Da l’edizione straordinaria del 23 Maggio 2020 de l’Unità, riprendiamo e pubblichiamo l’intervista di Natalia Lombardo al presidente della II Commissione bicamerale d’inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro, Giuseppe Fioroni.

“Sul sequestro Moro c’è stato il più grande depistaggio per esagerazione”. Troppe omissioni e verità di comodo per entrambe le parti, così si è “Tombato il terrorismo”. Giuseppe Fioroni, dna democristiano ex ministro dell’istruzione, come deputato Pd ha presieduto la seconda Commissione bicamerale d’inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro, dal 2014 al 2018.

A quali conclusioni è giunta la commissione parlamentare?
“Il caso Moro è l’unico depistaggio per esagerazione, in cui le scene del crimine sono state infestate da una miriade di clementi e di dati. La verità stabilita in quarantadue anni si fonda sul “Memoriale Morucci e Faranda”, ma è pieno di omissioni e ci è venuto il sospetto che non fosse vero. È un dossier anche un pò scritto da Valeria Morucci e un pò meno da Adriana Faranda, collezionato can i Servizi di questo Paese in cui si sono incrociate due esigenze: quella dello Stato che non ne poteva più del fiume di sangue versato e, nelle Brigate Rosse, molti non credevano più al “Sol dell’avvenire” e hanno concorso a delineare la verità dicibile”.

Cosa si intende per verità dicibile?
“È quella che ci hanno raccontato. La verità che ha consentito a pochi di assumersi le responsabilità di molti. e ai pochi di fare pochissimi anni di galera rispetto a ciò che avevano commesso. Varie lettere dei Servizi nell’88 mostrano come fosse un dossier collezionato in cui Morucci aveva un triplo ruolo: imputato, persona informata sui fatti e informatore dei servizi. Con questa meccanismo è stato “Tombato il terrorismo”.

“Tombato” vuol dire soffocato ma irrisolto?
Si. irrisolto. Però abbiano scoperto molti tasselli: che i terroristi hanno sostato nel Bar Olivetti a via Fani, bar che capiva un commercio di anni per mafie, banda della Magliana, Br, palestinesi, il cui proprietario, Tullio Olivetti, era in buoni rapporti con pani dei Servizi e collegato con l’eversione di destra e la ndrangheta del clan Di Stefano. Olivetti è stato segnalato a Bologna la sera prima della strage ma non è stato mai interrogato; il procuratore Armati arrestò quelli del bar nel ’77 per traffico di armi ma non riuscì a interrogarlo. Si é protetto l’imbarazzo di qualcuno che avrà avuto contatti con questo signore”.

Cosa altro avete scoperto?
“Che lo scambio di auto è avvenuto nel garage del palazzo di via Massimi 91 di proprietà dello Ior, sede di società legate a servizi internazionali. Poi abbiamo provato i collegamenti delle Br con la Raf tedesca, pista nota ma Ignorata, come l’avviso di Stefano Giovannone, capo del Sismi a Beirut: il 17 febbraio ’78 ci informò che Abu Habash parlava di un grosso colpo dei terroristi in Italia”.

Un avviso sottovalutato?
“Si. Moro può essere definito il primo caso Biagi, se l’avessero munito di un’auto blindata lui e la sua scorta si sarebbero salvati. E non è stato ucciso nel covo di via Montalcini, bensì nei pressi di via Caetani, dove risiedevano ambasciate di Paesi coinvolti nell’operazione Condor”.

Insomma, una cortina fumogena creata da chi?
“Un grande reato di omissione, dai servizi dell’Este dell’Ovest, dalla criminalità organizzala e da un gamma di vertici legati alla P2. In questo clima fumoso di cose sapute e non dette, le Br possono essere state aiutate ad ottenere dei risultati. Moro è stato ucciso perché era l’architrave della rigenerazione della democrazia italiana, con Berlinguer avevano capito che la Prima Repubblica stava finendo e che serviva un nuovo patto costituente con forti valori. Non è stato più fatto”.

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